mercoledì 18 novembre 2009

Frodi Fiscali.

Mandiamo in onda l’inchiesta di “ REPORT” sulle Frodi Fiscali trasmessa su RAI TRE ”

 




martedì 17 novembre 2009

Catturato Domenico Raccuglia

DA ANTIMAFIA 2000, si riporta:


L'arresto di Raccuglia: una nuova rottura per gli equilibri di Cosa Nostra


di Aaron Pettinari - 16 novembre 2009
Palermo.
Erano quindici anni che riusciva a sfuggire alla cattura. Da ieri Domenico Raccuglia, conosciuto come “'u veterinario”, non è più una primula rossa.



 La sezione Catturandi della squadra mobile di Palermo lo ha arrestato alle 17,30 presso un'abitazione di Calatafimi in via Cabbassini 80. Il boss originario di Altofonte era inseguito da tre condanne all'egastolo, di cui una per l'omicidio del piccolo Giuseppe Di Matteo, 20 anni di reclusione per omicidio ed altre pene per associazione mafiosa. Un killer spietato, considerato come il successore del boss di San Giuseppe Jato Giovanni Brusca. Così Raccuglia ha scalato i vertici di Cosa Nostra fino a diventare il numero due dell'organizzazione mafiosa, immediatamente dopo il superlatitante Matteo Messina Denaro.
Durante la latitanza è stato chiamato a “commissariare” un mandamento spigoloso come quello di Partinico, falcidiato da guerre intestine ed arresti eccellenti come quelli dei Vitale “Fardazza”. Un ruolo che ha saputo gestire con occulatezza riducendo al minimo i propri spostamenti e rendendosi irreperibile spesso anche per i suoi stessi uomini. Solo pochi fidatissimi sapevano come mettersi in contatto con il boss. E' durante la latitanza che il “peso” di Raccuglia all'interno di Cosa Nostra si è rafforzato. Con la cattura di Riina, Leoluca Bagarella, Giovanni ed Enzo Brusca il “veterinario” non era più solo un killer ma una figura carismatica che aveva esteso il proprio dominio in tutto il territorio nella provincia di Palermo e non solo. Nel tempo era diventato uno specialista nella gestione degli appalti pubblici e poteva contare su importanti appoggi anche oltreoceano, laddove aveva trascorso parte degli ultimi quindici anni. Negli ultimi mesi, complice anche la scarcerazione di Michele Vitale, aveva abbandonato i territori di Partinico e Borgetto.
Gli inquirenti lo sospettavano da tempo ed alla fine le indagini hanno portato fino alla provincia  di Trapani, nei territori controllati da Matteo Messina Denaro.
Ed è proprio sulla vicinanza tra i due padrini che si stanno concentrando adesso le attenzioni della Dda. Il procuratore aggiunto Antonio Ingroia ed i pm Francesco Del Bene e Roberta Buzzolani, coordinatori dell'indagine della squadra mobile, hanno detto ieri: “Dalle indagini è emerso che il capomafia aveva stretto un’alleanza con il latitante di Castelvetrano e recentemente aveva spostato i suoi interessi proprio nel trapanese”.
Quali rapporti avevano stretto i due boss? Che la riorganizzazione di Cosa Nostra passasse da loro vi sono pochi dubbi. I segnali di un possibile coinvolgimento di Matteo Messina Denaro nel tentativo di istituire una nuova commissione erano già emersi nell'inchiesta Perseo. Sia il gruppo vicino ai Capizzi, favorevole alla nuova commissione, sia quello avverso capeggiato dalla famiglia di Porta Nova vantavano contatti con il boss di Castelvetrano: alcuni tramite pizzini, altri con l'intermediario “zio Franco” (Franco Luppino di Campobello di Mazara).
“Abbiamo accettato un certo tipo di situazione di parlare con lui per andare fuori” raccontava Sandro Capizzi a Giovanni Adelfio e Pino Scaduto. E riguardo il progetto sulla nuova commissione aggiungeva: “lo Zio Franco mi ha detto ‘sistematevi tutte cose…anzi ci avete perso tempo… dopodiché non cambia niente… o prima o dopo da parte nostra avrete il massimo appoggio”.
E' forse dopo le operazioni dell'ultimo anno che i due boss avevano deciso di stringere un nuovo patto. Secondo gli inquirenti Raccuglia stava trascorrendo la propria latitanza a Calatafimi da almeno un mese e mezzo e non era un ospite ma un boss in “piena attività” tant'è vero che
in alcune intercettazioni di recenti inchieste antimafia tra Alcamo e Castellammare non mancherebbero riferimenti all'ex latitante. Qualche settimana fa, in un blitz compiuto dai carabinieri presso la sua abitazione ad Altofonte, erano stati rinvenuti 12.500 euro in contanti nascosti dentro i piedi del letto. Denaro liquido che è stato rinvenuto anche nel blitz di ieri. Ben 138 mila euro che il boss ha  cercato di nascondere in un borsone gettandolo poi dalla finestra. Soldi provenienti dalle estorsioni e, si sospetta, anche dagli appalti dei lavori pubblici in corso nel trapanese. A confermare il ruolo di comando di Raccuglia sono stati rinvenuti anche numerosi “pizzini”, ora all'attenzione degli investigatori.
E' possibile che tra questi vi possa essere qualche comunicazione con Messina Denaro anche perché sembra impossibile che il boss di Castelvetrano potesse ignorare la presenza di una figura così “importante” sul proprio territorio.
Un rapporto che potrebbe affondare le proprie radici ancor più indietro nel tempo. Entrambi non avevano simpatie per i Lo Piccolo con contrasti che si sono presentati in momenti differenti.
Altro aspetto da non sottovalutare è anche l'appartenenza storica dei due boss all'ala “Corleonese” di Cosa Nostra quella più sanguinaria e spregiudicata. Lo stesso si può dire per il capomandamento di Pagliarelli Gianni Nicchi (“delfino” di Nino Rotolo) che oggi il Procuratore capo di Palermo ha indicato come possibile capo a Palermo. “I boss mafiosi pensano di investire sul latitante Gianni Nicchi – ha detto - Ha una forte protezione dell'organizzazione mafiosa. Le recenti indagini su questo fronte fanno pensare che l'organizzazione mafiosa investirà su di lui. Negli ultimi tempi ha acquisito una certa visibilità mediatica, è collegato alla Cosa Nostra americana. Insomma, è stato inserito in un contesto di una certa rilevanza". Raccuglia poteva essere il trade d'union tra Palermo e Trapani. Cosa accadrà ora che l'equilibrio è saltato? Il rischio è che Cosa Nostra possa tornare a far sentire il rumore delle armi per una nuova spartizione del potere a meno che i due latitanti, Nicchi e Messina Denaro, stringano un nuovo patto in nome degli affari.




DA REPUBBLICA.IT SI RIPORTA:

Tradito dalla tv. Nel suo rifugio di Calatafimi, in provincia di Trapani. Nel suo rifugio trovati pizzini e 100mila euro Preso il numero 2 di Cosa nostra Raccuglia era latitante dal 1996

di SALVO PALAZZOLO.


PALERMO - Domenico Raccuglia, il padrino che ha ereditato i segreti finanziari di Bernardo Provenzano, si nascondeva in una stanza al buio di una vecchia palazzina a 4 piani di Calatafimi, provincia di Trapani. Ma non rinunciava ai talk-show della domenica. La televisione ha tradito il boss che polizia e carabinieri cercavano dal 1996, da quando faceva da carceriere, per ordine di Giovanni Brusca, al figlio tredicenne del pentito Santino Di Matteo. Per giorni quella palazzina di Calatafimi era apparsa disabitata ai poliziotti della Catturandi della squadra mobile di Palermo e ai colleghi del Servizio centrale operativo. Eppure, le indagini portavano tutte lì, in via del Cabbasino 20.

Ieri pomeriggio, poco dopo le 17, i padroni di casa sono entrati e usciti velocemente. Poi, di nuovo tutto buio. Qualche attimo dopo, un televisore si è acceso al quarto piano. Ed è stata la conferma attesa da giorni. Il blitz è scattato mezz'ora dopo, quando da Palermo è arrivato il via libera del procuratore aggiunto Antonio Ingroia e dei sostituti Roberta Buzzolani e Francesco Del Bene. Mimmo Raccuglia ha lanciato uno zaino dalla finestra, ha impugnato il revolver e ha tentato una fuga sui tetti, ma non ha avuto scampo. Al suo arrivo in questura è stato accolto dagli slogan antimafia dei giovani di Addiopizzo.

È finita così la latitanza del boss che il procuratore nazionale antimafia Piero Grasso definisce "il numero due, per peso criminale, nella lista dei ricercati di Cosa nostra, dopo Matteo Messina Denaro". Da killer al servizio di Giovanni Brusca, Raccuglia aveva esteso il potere dalla sua Altofonte, paesino della provincia di Palermo, al confine con il Trapanese. E soprattutto, era diventato uno specialista nell'inquinamento degli appalti pubblici: gli inquirenti ne avevano avuto conferma leggendo i pizzini di Bernardo Provenzano. Ma fino a ieri il rampante quarantacinquenne Raccuglia, nome in codice "il Veterinario", era riuscito a beffare ogni indagine. Ogni anno, a giugno, la moglie scompariva dalla casa di Altofonte e poi si faceva rivedere a settembre. L'anno scorso, tornò incinta. Questa estate, per la prima volta, Maria Castellese era rimasta in paese: i carabinieri avevano cercato il latitante nel monastero di Piana degli Albanesi, e qualche giorno dopo una fonte aveva riferito che il boss era riuscito a fuggire in extremis, travestito da frate.



"Abbiamo fermato un capomafia in piena operatività", dicono il procuratore di Palermo Messineo e il sostituto Buzzolani. In quella borsa lanciata dalla finestra c'erano centomila euro in contanti, pistola e mitraglietta cinese. Ma soprattutto, tanti pizzini, che potrebbero contenere la chiave per decifrare gli affari di Cosa nostra. "Raccuglia era un soggetto chiave per la riorganizzazione mafiosa - spiega il pm Del Bene - il fatto che sia stato fermato nel Trapanese deve far riflettere". Non ha dubbi Giuseppe Lumia, l'ex presidente della Commissione antimafia: "C'era già un nuovo asse fra Palermo e Trapani, fra Raccuglia e Messina Denaro. Cosa nostra è tornata insidiosa e le risorse per combatterla non bastano". Il ministro dell'Interno Roberto Maroni, che ha telefonato al capo della polizia Manganelli per complimentarsi, commenta: "L'arresto è uno dei colpi più duri inferti alle mafie negli ultimi anni". In manette è finita la coppia proprietaria della palazzina.

NOSTRO COMMENTO: Complimenti! Bel colpo!



mercoledì 11 novembre 2009

CRONOLOGIA DEGLI AVVENIMENTI MAFIOSI

CRONOLOGIA DEGLI AVVENIMENTI MAFIOSI
1812
Il parlamento siciliano abolisce la feudalità.
1820
Squadre di contadini e popolani armati partecipano in Sicilia ai moti rivoluzionari
1838
Un magistrato di Trapani denuncia l’esistenza di “fratellanze” con finalità criminali.
1860
Spedizione dei “Mille”; le squadre di contadini vengono sciolte da Garibaldi dopo la conquista di Palermo,a Napoli Liborio Romano assolda i camorristi per mantenere l’ordine pubblico in attesa dell’entrata di Garibaldi in città
1861
Denunce sulla precarietà della pubblica sicurezza in Sicilia e sulla scarsa collaborazione della popolazione con giudici e poliziotti
1865
Per la prima volta il termine “mafia” viene utilizzato da un prefetto ( Carmine Dell’Aglio ) in un rapporto ufficiale.
1866
In settembre Palermo viene invasa da squadre di armati provenienti dai comuni vicini che restano padroni della città per una settimana.
1867
Una commissione parlamentare d’inchiesta indaga sui moti di Palermo.
1871
Il procuratore generale di Palermo spicca un mandato di cattura contro il questore, accusato di aver inserito mafiosi in politica, il questore si da alla latitanza e successivamente viene assolto in istruttoria
1874
All’inaugurazione dell’anno giudiziario il procuratore generale di Palermo denuncia apertamente il potere e le sue collusioni con le classi dirigenti locali
1875
A novembre una commissioni d’inchiesta parlamentare svolge un’approfondita indagine in Sicilia raccogliendo numerose e circostanziate testimonianze sulla diffusione del fenomeno mafioso.
1876
Un’inchiesta sulla Sicilia e la mafia viene condotta da Leopoldo Fianchetti, Sidney Sonnino, e Enea Cavalieri

1877
La polizia denuncia per la prima volta due cosche mafiose presenti a Palermo e Agrigento composte da potentati del luogo e politici
1878
La corte d’assise di Palermo processa alcuni aderenti alla cosca  degli “Stoppaglieli” e ne condanna due all’ergastolo ; il processo, annullato dalla cassazione è ripetuto a Catanzaro, conclude con una totale e generale assoluzione; per sfuggire alle indagini, alcuni mafiosi si rifugiano negli Stati Uniti, dove inizieranno una nuova vita criminale ampliando la già sostanziosa colonia di siciliani la presenti.
1880
Negli Usa si costituiscono bande criminali a base etnica ( irlandesi, ebrei, italiani) dedite all’estorsione e al controllo del gioco d’azzardo e alla prostituzione.
1883
A Palermo si conclude un grande processo alla famiglia degli Amoroso, conclusosi con numerose condanne.
1885
Il tribunale di Agrigento processa e condanna gli aderenti alla “Fratellanza” di Favara
1891
A New Orleans è ucciso il capo della polizia: undici italiani ( tutti di Palermo), sospettati di appartenere alla mafia e sospettati del delitto, vengono linciati dalla fola dopo essere stati assolti in tribunale
1893
Il 1° febbraio viene assassinato Emanuele Norarbartolo, ex direttore del Banco di Sicilia
1899
A Milano si apre il processo contro i mafiosi accusati dell’uccisione di Notarbartolo: emergono gravi indizi contro l’On Raffaele Palizzolo quale mandante del delitto( primo parlamentare accusato formalmente di appartenere alla mafia)
1901
Da una inchiesta della Regia Commissione emerge che la mafia ha in Sicilia oltre 3.000 adepti.
1902
La corte d’assise di Bologna Condanna l’on Palizzolo, ma il processo viene annullato dalla Cassazione.
1903
L’on Palizzolo è assolto anche dalla Corte d’assise di Firenze e rientra a Palermo accolto come un eroe.
1909
Joe Petrosino poliziotto italo-americano viene ucciso a Palermo, ero giunto in Sicilia per indagare sulla “Mano Nera”  (mafia americana)
1916
Cesare Mori, comandante del servizio di squadriglie mobili per le province di Agrigento e Caltanisetta, cattura decine di banditi e criminali appartenenti alla mafia.
1925
Inizia la campagna di repressione voluta da Mussolini e attuata dal prefetto Mori.
1929
Termina l’azione del prefetto Mori mirata alla repressione del fenomeno mafioso, in quattro anni circa 300 presunti mafiosi sono arrestati  e molti condannati
1929
Il 14 febbraio 1929 a Chicago, Alfonso Capone ordina il massacro di numerosi  mafiosi a lui contrari ed appartenenti ad altre famiglie
1930
Alfonso Capone diviene il capo incontrastato della mafia americana
1931
Tra le famiglie Masseria e Maranzano scoppia la guerra per il controlllo dl crimine a New York, dalla parte del vincente Maranzano si schiererà Lucky Luciano, di origine siciliana, e Vito Genovese di origine napoletana; alla fine del 1931 Maranzano viene ucciso

1932
Lucky Luciano viene arrestato.
1936
Lucky Luciano viene condannato a una pena da trenta a sessanta anni di carcere.
1943
Il movimento indipendentista sostenuto dalla mafia aiuta gli americani nello sbarco del 9-10 luglio.
1945
I separatisti siciliani iniziano la lotta armata e assoldano il bandito Salvatore Giuliano con l’aiuto dei servizi segreti Usa.
1946
La mafia uccide numerosi sindacalisti e politici di sinistra oltre che contadini e molti militari
1946
Lucky Luciano viene scarcerato per motivi di salute negli Usa, rientra in Italia, nel frattempo alla Sicilia viene concesso lo statuto di autonomistico.
1947
A Portella delle Ginestre il bandito Salvatore Giuliano spara sui manifestanti
1950
Salvatore Giuliano viene trovato morto
1954
Gaspare Pisciotta viene avvelenato in carcere , secondo la tesi più credibile fu lui a tradire ed uccidere Giuliano
1957
Gran vertice di mafiosi siciliani e americani all’Hotel des  Palmes di Palermo, riunione per trattare il traffico  di stupefacenti e dell’organizzazione di “Cosa Nostra” in Sicilia.
1962
Nasce la Commissione parlamentare Antimafia
1962
Per la prima volta un grosso esponente della mafia statunitense , Joe Valichi, collabora con le autorità e rivela la struttura di “Cosa Nostra”
1963
Scoppia la prima guerra di mafia in Sicilia, e l’episodio principale è la strage di Ciaculli.
1965-1970
La ’ndrangheta controlla gli appalti per la costruzione dell’autostrada del sole in Calabria
1970
A  Palermo scompare il giornalista dell’ ORA di Palermo, il suo corpo non verrà mai ritrovato.
1971
A  Palermo il procuratore della Repubblica Pietro Scaglione viene assassinato.
1974
A Milano  viene arrestato il  capo dei Corleonesi Luciano Liggio
1974-1975
Guerra in Calabria tra le cosche che fanno capo ai  De Stefano e ai Tripodo.
1977-1981
Raffaele Tutolo detiene il predomino della camorra e stringe più forti legami con  la mafia per il traffico delle sigarette e della droga
1977
Uccisi in Sicilia il colonnello dei carabinieri Russo ed un suo amico Filippo Costa
1978
Viene ucciso dalla mafia Peppino Impastato militante di Democrazia Proletaria
1979
In  Sicilia vengono uccisi il capo della squadra mobile Boris Giuliano e il giudice Cesare Terranova
1980
Vengono uccisi in Sicilia, il presidente della Regione Piersanti Mattarella,, il capitano dei carabinieri Basile e il giudice Gaetano Costa
1981
Inizia una seconda guerra di mafia, i corleonesi di Liggio e Riina prendono il comando di Cosa Nostra in Sicilia.
1982
Uccisione dell’on Pio L a Torre deputato del PCI  e il gen Dalla Chiesa Prefetto di Palermo, nell’agguato al gen rimane uccisa anche la giovane moglie
1983
Viene ucciso il Giudice Rocco Chinnici, consigliere istruttore di Palermo, nell’attentato muore il suo autista e il portiere dello stabile dove abitava il giudice
1987
Si conclude a Palermo il primo maxiprocesso a Cosa Nostra siciliana con pesanti condanne
1988
A Canicatti il giudice Antonino Saetta e il figlio vengono uccisi dalle cosche mafiose di Agrigento
1989
In Calabria viene ucciso il democristiano Ludovico Ligato ex presidente delle Ferrovie dello Stato
1990
Il giovane giudice Rosario Livatino viene ucciso a Canicattì
1991
A Palermo viene ucciso l’imprenditore Libero Grassi che si era rifiutato di pagare il “pizzo” alla mafia
1991
In Calabria viene ucciso Antonio Scopelliti  procuratore generale della Cassazzione
1992
Terribile sequenza di omicidi, Salvo Lima, democristiano e uomo di Andreotti viene freddato in pieno centro. Giovanni Falcone a Capaci  e Paolo Borsellino in via d’Amelio a Palermo vengono assassinati a distanza di soli 57 giorni l’uno dall’altro.
1993
Viene arrestato Totò Riina, bombe vengono fatte esplodere  a Firenze , Milano e Roma provocando la morte di 9 persone. La procura di Palermo ottiene dal Senato l’autorizzazione a procedere  contro il senatore Giulio Andreotti, per concorso in associazione mafiosa.
1995
Inizia a Palermo il processo al senatore a vita Andreotti.
1996
Giovanni Brusca viene arrestato.
1997
La mafia è silente
1998
La mafia è silente
1999
La mafia è silente
2000
La mafia è silente
2001
La mafia è silente
2002
La mafia è silente
2003
La mafia è silente


Inizio modulo


Fine modulo

lunedì 9 novembre 2009

Maxiprocesso alla Mafia

Maxiprocesso alla mafia
Maxiprocesso mafia tenutosi nell'aula bunker del carcere dell'Ucciardone di Palermo ai vari esponenti mafiosi dell'epoca.
Bernardo Provenzano Leoluca Bagarella Salvatore Toto' Riina Pietro Aglieri Giovanni Brusca Benedetto Nitto Santapaola Michele Greco il papa Luciano Liggio Giuseppe Pippo Calò Gaspare Mutolo Francesco Marino Mannoia collaboratore di giustizia Leonardo Messina Stefano Bontade Gaetano Badalamenti Benedetto Spera Salvatore Lo Piccolo Giovanni Inzerillo Mannino Di Maggio Gambino Tommaso Buscetta boss dei due mondi Salvatore Totuccio Contorno Antonino Calderone Leonardo Vitale Giusepppe Di Cristina Vincenzo Filippo Rimi Michele Navarra Antonino Nino Giuffrè giudice Giovanni Falcone Paolo Borsellino Libero Tano Grassi Giuseppe Di Lello Leonardo Guarnotta Antonino Caponnetto Francesca Morvillo Antonio Montanaro Rocco Di Cillo Vito Schifani Giuseppe Costanza Agostino Catalano Vincenzo Li Muli Walter Cosina Claudio Traina Emanuela Loi Antonio Scopelliti Mauro Ristagno Antonino Saetta Rocco Chinnici Padre Pino Puglisi Pio La Torre. (Fonte: Biondo Pino)  Giudice a latere PIERO GRASSO



Video Maxiprocesso



NOSTRO COMMENTO: Per meglio comprendere gli eventi e l’iter del Maxiprocesso leggete sotto quanto riportato da Wikipedia.
“Il Maxiprocesso è il nome sotto il quale viene ricordato un processo penale iniziato il 10 febbraio 1986 e terminato il 16 dicembre 1987 e tenuto a Palermo nell'aula bunker. Fu chiamato appunto maxi processo in quanto furono indagate più di 400 persone, per crimini legati alla criminalità organizzata. Esso fu considerata la prima reazione importante dello Stato a Cosa Nostra. Non mancò una forte e marcata ostilità di molti componenti della magistratura palermitana, che spesso manifestarono dubbi e critiche al maxiprocesso e ai suoi promotori.
Questo processo diede inizio ad un'ondata di contromosse da parte di altri personaggi importanti dell'organizzazione criminale che avrebbe portato alla fine di molti traffici di droga in atto, ma, soprattutto, avrebbe danneggiato in maniera significativa le alleanze tra le famiglie siciliane ed ame L'esistenza ed i crimini della Mafia sono stati negati o, comunque, sottovalutati dalle autorità per decenni, nonostante vi fossero prove della sua attività criminale risalenti all'Ottocento. Ciò può essere attribuito, in parte, a tre metodi particolari usati dalla Mafia per fornire ai suoi componenti una condizione molto simile alla completa immunità:
  • chiusura dei conti in sospeso con individui importanti
  • uccisione di ogni possibile componente passibile di defezione
  • minaccia, o addirittura uccisione di detti individui prominenti (giudici, avvocati, testimoni, politici ecc.)
Questi tre fattori concorsero a stroncare sul nascere molti processi. In effetti, fu solo nel 1980 che venne suggerito in maniera seria che l'essere membro della Mafia avrebbe dovuto essere un reato specifico dal politico comunista Pio La Torre. La legge entrò in vigore due anni dopo - dopo che La Torre era stato ucciso proprio per aver avanzato quella proposta.
Durante i primi anni ottanta, la Seconda guerra di mafia aveva imperversato a tal punto che il boss dei Corleonesi Salvatore Riina decimò le altre famiglie mafiose, e centinaia di omicidi vennero commessi, inclusi quelli di diverse autorità di alto profilo come Carlo Alberto Dalla Chiesa, capo dell'antiterrorismo che aveva arrestato i fondatori delle Brigate Rosse nel 1978. Il suo omicidio è stato collegato all'assassinio di Aldo Moro e alla cosiddetta strategia della tensione perseguita dall'organizzazione segreta Gladio. Il crescente sdegno dell'opinione pubblica per questi omicidi diede la spinta necessaria a magistrati quali Giovanni Falcone e Paolo Borsellino a provare a colpire efficacemente un'organizzazione criminale più radicata nell'isola.
L'esistenza ed i crimini della Mafia sono stati negati o, comunque, sottovalutati dalle autorità per decenni, nonostante vi fossero prove della sua attività criminale risalenti all'Ottocento. Ciò può essere attribuito, in parte, a tre metodi particolari usati dalla Mafia per fornire ai suoi componenti una condizione molto simile alla completa immunità:
  • chiusura dei conti in sospeso con individui importanti
  • uccisione di ogni possibile componente passibile di defezione
  • minaccia, o addirittura uccisione di detti individui prominenti (giudici, avvocati, testimoni, politici ecc.)
  • Questi tre fattori concorsero a stroncare sul nascere molti processi. In effetti, fu solo nel 1980 che venne suggerito in maniera seria che l'essere membro della Mafia avrebbe dovuto essere un reato specifico dal politico comunista Pio La Torre. La legge entrò in vigore due anni dopo - dopo che La Torre era stato ucciso proprio per aver avanzato quella proposta.
  • Durante i primi anni ottanta, la Seconda guerra di mafia aveva imperversato a tal punto che il boss dei Corleonesi Salvatore Riina decimò le altre famiglie mafiose, e centinaia di omicidi vennero commessi, inclusi quelli di diverse autorità di alto profilo come Carlo Alberto Dalla Chiesa, capo dell'antiterrorismo che aveva arrestato i fondatori delle Brigate Rosse nel 1978. Il suo omicidio è stato collegato all'assassinio di Aldo Moro e alla cosiddetta strategia della tensione perseguita dall'organizzazione segreta Gladio. Il crescente sdegno dell'opinione pubblica per questi omicidi diede la spinta necessaria a magistrati quali Giovanni Falcone e Paolo Borsellino a provare a colpire efficacemente un'organizzazione criminale più radicata nell'isola.
  • Un totale di 474 imputati vennero rinviati a giudizio, ma 119 di loro dovettero essere processati in contumacia, dal momento che erano fuggitivi ancora latitanti (Salvatore Riina era uno di loro).
  • Tra gli imputati presenti vi era Luciano Liggio, il predecessore di Riina, che decise di assumere autonomamente la propria difesa, Giuseppe "Pippo" Calò e Michele Greco (quest'ultimo era lo zio del noto killer Pino Greco).
·         Luoghi e imputati
l maxiprocesso ebbe luogo nelle vicinanze dell'Ucciardone (il carcere di Palermo), in un bunker progettato e costruito appositamente per il processo. L'edificio era ottagonale in cemento armato in grado di resistere ad attacchi da parte di armi aria-terra; all'interno vi erano delle celle ricavate all'interno dei muri verdi, ed in esse venivano ospitati i molti imputati, suddivisi in gruppi. Più di seicento giornalisti furono presenti, insieme a molti carabinieri armati con mitragliatori e una sistema di difesa contraereo che teneva d'occhio gli imputati ed eventuali malintenzionati che volessero minare gli sforzi del collegio giudicante
Il processo
Dopo diversi anni di pianificazione, il processo iniziò il 10 febbraio 1986. La corte era presieduta da Alfonso Giordano, affiancato da due giudici a latere, uno dei quali era Pietro Grasso, che erano i suoi "sostituti", in modo tale da assicurare la continuità del procedimento nel caso in cui a Giordano fosse accaduto qualcosa di irreparabile prima della fine dello stesso. Pubblico ministero era Giuseppe Ayala. Le accuse ascritte agli imputati includevano 120 omicidi, traffico di droga, estorsione, e, ovviamente, il nuovo reato di associazione mafiosa.
Il giudice Giordano si guadagnò fama per essere rimasto paziente e corretto durante un processo con così tanti imputati. Alcuni di essi si comportarono in maniera distruttiva e abbastanza pericolosa: uno si chiuse la bocca con delle graffette per segnalare il suo rifiuto di parlare, un altro mostrava segni di pazzia, urlava di continuo e ingaggiava lotte con le guardie anche quando indossava la camicia di forza, un altro ancora minacciava di tagliarsi la gola se una sua dichiarazione non fosse stata letta alla corte.
La maggior parte delle prove più significative provenne da Tommaso Buscetta, un mafioso catturato nel 1982 in Brasile, paese in cui si era rifugiato due anni prima, da evaso, dopo essere sfuggito a una condanna per due omicidi. Costui aveva perso diversi parenti durante la guerra di mafia, tra cui due figli, e molti alleati, tra cui Stefano Bontade e Salvatore Inzerillo, ed aveva, perciò, deciso di collaborare con i magistrati siciliani. I Corleonesi continuarono la propria vendetta contro Buscetta uccidendo diversi altri suoi parenti.
Tommaso Buscetta (con gli occhiali) viene portato in aula durante il maxiprocesso.
Alcune prove vennero presentate postume da Leonardo Vitale. Sebbene Buscetta sia considerato il primo pentito (e certamente fu il primo ad essere preso sul serio), nel 1973 il trentaduenne Leonardo Vitale si era presentato spontaneamente in una stazione di polizia di Palermo ed aveva confessato di far parte della mafia. Disse di aver commesso molti crimini durante la sua militanza, tra cui due omicidi. Disse anche di essere in una "crisi spirituale" e di provare rimorso. Tuttavia, le sue informazioni furono in larga parte ignorate per i suoi comportamenti inusuali, tra cui l'automutilazione come forma di penitenza personale, lo portarono ad essere considerato un malato di mente, e le sue dettagliate confessioni furono quindi ritenute prive di seri fondamenti. Gli unici mafiosi coinvolti dalla sua testimonianza erano Vitale stesso e suo zio. Vitale venne internato in un manicomio, e fu quindi rilasciato nel Giugno del 1984; sei mesi dopo fu ucciso a colpi di pistola.
Molti assunsero un atteggiamento critico nei riguardi del maxiprocesso. Alcuni ritenettero che gli imputati venivano vittimizzati, come se si trattasse di una vendetta dei magistrati.
Il Cardinale Salvatore Pappalardo della Chiesa Cattolica rilasciò una controversa intervista in cui disse che il maxiprocesso era "uno spettacolo oppressivo" e in cui affermava che l'aborto uccideva più persone che non la Mafia.
Altri critici suggerirono che la parola degli informatori - in primis Buscetta - non fosse la maniera ideale per giudicare altri individui, dal momento che anche un informatore che si fosse sinceramente pentito era comunque un criminale, uno spergiuro ed un omicida, e poteva avere ancora un velato interesse a modificare la propria testimonianza per adattarla alle proprie necessità, se non per portare a termine le proprie vendette. Si disse anche che un processo così imponente con così tanti imputati non dava sufficienti garanzie a ciascuno di essi come individui, e si trattava di un tentativo di "fare giustizia in serie", come scrisse un giornalista.
Le informazioni che Buscetta fornì ai giudici Falcone e Borsellino furono molto importanti; prese nel loro complesso esse andavano a formare il cosiddetto "teorema Buscetta", nel senso che ritenere vere le sue affermazioni era fondamentale per l'intero caso. Buscetta fornì una nuova consapevolezza del funzionamento della mafia, e di come i gruppi clandestini di potere della Cupola Siciliana (la Commissione della Mafia Siciliana) si mettessero d'accordo sulle politiche da adottare e sugli affari da intraprendere. Per la prima volta la Mafia veniva perseguita come entità, piuttosto che come insieme di crimini separati.
Il giorno in cui la corte si ritirò in camera di consiglio per emettere la sentenza, il capo della cupola di Cosa Nostra, Michele Greco si avvicinò al microfono e pronunciò poche frasi rivolto a Giordano: "Signor giudice, io vi auguro la pace, perché solo con la pace si può giudicare. Non sono parole mie, ma del Signore Dio a Mosè".
La sentenza
Il processo terminò il 16 dicembre 1987, circa due anni dopo il suo inizio. La sentenza fu letta alle 19:30, e ci volle un'ora perché venisse letta completamente.
Dei 475 imputati - presenti e non - 360 vennero condannati.
2665 anni di condanne al carcere vennero divisi fra i colpevoli, non includendo gli ergastoli comminati ai diciannove boss di punta della Mafia e ai killer, tra cui Michele Greco, Giuseppe Marchese e - in absentia - Salvatore Riina, Giuseppe Lucchese Micciche' e Bernardo Provenzano.Solo il Lucchese Micciche'viene assolto da questi crimini in Cassazione.
La corte era all'oscuro del fatto che alcuni tra quelli che erano stati condannati in absentia fossero già morti al momento della lettura della sentenza. Tra di essi si annoverano Filippo Marchese, Rosario Riccobono e Giuseppe Greco. Mario Prestifilippo, invece, fu trovato morto ammazzato nelle strade della città mentre il procedimento penale era ancora in corso.
114 imputati vennero assolti, tra cui Luciano Liggio, che era stato accusato di aver contribuito a gestire la famiglia mafiosa dei Corleonesi dall'interno del carcere, e per avere ordinato l'omicidio di Cesare Terranova, che l'aveva inquisito nel 1970. Il collegio giudicante decise che non vi erano prove sufficienti. Tuttavia, questo non cambiava di molto la posizione di Liggio, dal momento che era stato condannato all'ergastolo per omicidio - infatti, Liggio morì in carcere sei anni dopo.
Tra gli assolti, diciotto vennero in seguito uccisi dalla Mafia, tra cui Antonino Ciulla, che fu colpito a morte un'ora dopo il rilascio, mentre tornava a casa per partecipare a una festa in onore della sua liberazione.
Gli appelli
Questa voce o sezione di storia è ritenuta non neutrale.
Motivo: le tesi senza fonte sottolineate in rosa non sono attendibili inoltre non documentate
Per contribuire, partecipa alla discussione. Non rimuovere questo avviso finché la disputa non è risolta.
Tuttavia, il rapido inizio dei processi d'appello rivelarono come lo stesso fosse stato condotto con un rispetto della procedura poco accorto e poco prudente da parte dei magistrati di primo grado[senza fonte]. In Cassazione ulteriori sentenze di condanna furono annullate ad opera di una Sezione della Corte presieduta dal giudice Corrado Carnevale. Le ipotesi che questo giudice fosse colluso con la mafia risultarono prive di fondamento, ed egli fu prosciolto da ogni accusa in questo senso[senza fonte]. La tesi dell'accusa era che fosse sul libro paga della Mafia, ed alla Sezione da lui presieduta sarebbe stato dato il controllo della maggior parte dei ricorsi grazie all'influenza del politico Salvatore Lima. Ipotesi che non trovò alcuna conferma.[senza fonte]
Carnevale fu soprannominato dai suoi detrattori come l'ammazza-sentenze per via della sua tendenza a cancellare le condanne per Mafia anche per piccoli vizi di forma. Carnevale cancellò alcune condanne per traffico di droga, ad esempio, perché le conversazioni intercettate presentate come prova si riferivano allo spostamento di "camicie" e "completi" invece che a narcotici; sebbene fosse noto che talvolta alcuni trafficanti utilizzassero tali nomi in codice per riferirsi allo stupefacente, nel caso concreto, tuttavia, non vi erano prove ulteriori (come ad es. il sequestro di una partita di sostanza) che permettessero di affermare che gli interlocutori non stessero parlando di capi d'abbigliamento.[senza fonte]
Nel 1989, solo 60 imputati rimanevano dietro le sbarre. Giovanni Falcone e Paolo Borsellino si lamentarono dell'annullamento di diverse delle condanne inflitte in primo grado, ma non furono ascoltati: sembrava che la crociata dello stato contro la Mafia avesse perso vigore, e le loro opinioni rimasero in gran parte inascoltate.
Un pentito disse, più tardi, che la Mafia tollerò i maxiprocessi perché si riteneva che i condannati sarebbero stati silenziosamente rilasciati nel momento in cui il pubblico avrebbe perso interesse, e che la Mafia potesse continuare i propri affari come al solito. Sembrò, per un po', che i mafiosi avessero avuto ragione a pensarlo. [senza fonte]
Epilogo
Nel Gennaio 1992, Falcone e Borsellino presero in mano i rimanenti appelli del maxiprocesso. Non soltanto riuscirono a far rigettare molte richieste di appello, ma riuscirono ad agire anche su quelli che avevano avuto successo, così che molti mafiosi che erano stati da poco fatti uscire di prigione vi ritornarono, in molti casi per il resto della loro vita.
In quell'estate, Falcone e Borsellino vennero uccisi nelle note stragi di Capaci e di via D'Amelio. Ciò portò ad un pubblico sdegno e ad un riacutizzarsi della lotta alla Mafia che indebolì pesantemente l'organizzazione.
Salvatore Riina fu, infine, catturato nel 1993; altri mafiosi, come Giovanni Brusca, subirono la stessa sorte. Salvatore Lima avrebbe, probabilmente, affrontato un destino simile, ma venne ucciso nel 1992 per non aver impedito il rigetto degli appelli all'inizio dell'anno.
Il giudice Corrado Carnevale, che fu soprannominato l'ammazza-sentenze, venne catturato ed imprigionato per associazione mafiosa, per essere poi assolto con formula piena nel 2000.
È impossibile giudicare se il maxiprocesso sia stato o meno un successo senza considerare gli eventi successivi. Il successo più importante del processo fu il fatto di prendere in considerazione la Mafia come organizzazione con le proprie attività, piuttosto che i suoi singoli membri per crimini isolati (quest'approccio venne incarnato negli USA dal RICO Act). Alcuni potrebbero affermare che i processi d'appello corrotti annullarono in larga parte l'esito del processo, ma, sebbene ci siano voluti diversi anni e la vita di due giudici, il maxiprocesso generò, alla fine, una reazione a catena che portò a un importante indebolimento della Mafia, e alla cattura di coloro che erano sfuggiti alla rete del processo, come Riina e Brusca e nel 2006 l'ultimo padrino siciliano della Mafia Bernando Provenzano, "Binnu 'u tratturi". (Fonte: Wikipedia)”

Clemente Mastella e Lady Sandra

Clemente Mastella difende Lady Sandra "in esilio"


Fonte:CIOCCOLATOEVANILGLIA






Da Repubblica.it si riporta:


Dopo l'avvio dell'inchiesta, parla l'ex ministro della Giustizia "Segnalazioni? Sempre solo gente che aveva bisogno" Arpac, Mastella si difende "Io e Sandra abbiamo le mani pulite"


La moglie del leader dell'Udeur chiede "tempo" ai pm per studiare le carte
e dice: "Ho lavorato bene, ho fatto il massimo. Ritengo non sia giusto dimettermi"



ROMA - "Io e Sandra abbiamo le mani pulite. Mi ritengo vittima di una enorme ingiustizia". Clemente Mastella si difende così dopo il coinvolgimento (suo e della moglie) nell'inchiesta della procura partenopea sull'Arpac: una storia di posti regalati, favori e appalti. Una difesa veemente ma che non entra in rotta di collisione con i giudici: "Chi attende una dichiarazione di guerra alla magistratura resterà deluso. Lo straordinario risultato elettorale ottenuto (l'elezione all'Europarlamento ndr) non mi scansa, laddove avessi commesso reati, dal finire al Tribunale della Giustizia che affronterò con molta serenità, ma anche con molta decisione e molta determinazione".

E' una difesa a tutto campo, quella del leader dell'Udeur. Che rigetta le accuse. A partire dalle "segnalazioni" per le assunzioni di cui si sarebbe reso protagonista. Non da solo, ovviamente. Su due file rinvenuti nel pc della segretaria dell'ex direttore dell'Arpac, Luciano Capobianco, sono stati trovati ben 655 nominativi accompagnati dalla segnalazione di esponenti politici.

Mastella non nega, ma minimizza: "Ho segnalato povera gente che aveva difficoltà e comunque ho fatto meno segnalazioni dell'Idv. Io, da quello che apparirebbe, ne ho fatte 26; l'Idv con i suoi rappresentanti, senatoriali oggi e consiglieri regionali, ne ha fatte 27". Totale, poi, la difesa della famiglia. A partire dalla moglie Sandra a cui i giudici hanno imposto l'allontanamento dalla Campania e da sei province limitrofe: "La misura presa a carico di mia moglie è, a dir poco, ingenerosa".

"Noi siamo uno strano partito di potere - continua Mastella - che riesce ad aver voti anche quando il potere non ce l'ha. Nessuno può dire che io avessi un caposaldo di potere, un'attrezzatura tale di gestione che mi potesse consentire di fare pressioni rispetto a chicchessia, di esercitare una sorta di voto di scambio". Le accuse lo lasciano "allibito". Al punto di gettare sul tavolo alcuni sospetti: "Tutto pensavo fuorché essere il Provenzano della politica. Cosa che è accaduta da quando sono diventato ministro della Giustizia..".



E a chi gli fa notare il collegamento tra un consigliere regionale dell'Udeur e il clan dei Casalesi, Mastella replica secco: "Se c'è qualcuno che ha preso confidenza con gli altri ne risponderà personalmente e dovrà farsi da parte". Di dimissioni, poi, neanche a parlarne. "Andrò avanti con piena avvertenza e deliberata coscienza. Io ho la coscienza serena, la mente alta, la dignità di andare avanti e il rispetto delle 100 mila e passa persone che mi hanno votato. Io non defletto" chiude il leader dell'Udeur.

Lady Mastella dai giudici.
Sandra Lonardo chiede tempo e conferma che non ha alcuna intenzione di dimettersi dalla presidenza del Consiglio regionale campano: "Ho fatto il massimo per esaltare il ruolo del Consiglio e per lavorare per il bene dei cittadini... Ritengo non sia giusto dimettermi", fa sapere attraverso il suo portavoce Alberto Borrelli. Accompagnata dal suo avvocato Saverino Nappi, è arrivata in Procura alle 15.40 ed è andata via dopo circa 20 minuti. Chiedendo più tempo per esaminare le oltre 900 pagine dell'ordinanza e assicurando la sua disponibilità a collaborare con i giudici. E così per la sua difesa si affida a Facebook: "Mai gestito appalti, Mai preso una lira da nessuno!!!!! Mai condizianato nessuno", scrive sul social network. Un modo per rispondere alla valanga di messaggi che da ieri mattina continuano a giungere sulla sua bacheca.

Le indagini.
Nel frattempo Pm e Gip partenopei si apprestano a iniziare l'interrogatorio dei 25 dei 63 indagati. La Lonardo è indicata nelle mille pagine dell'ordinanza emessa dal Gip, Anna Laura Alfano, come il 'dominus', insieme al marito Clemente, dell'organizzazione a delinquere che ha gestito per procurarsi vantaggi economici e di clientela politica nomine e appalti dell'Arpac, carriere di medici nell'Asl 'Benevento 1' e in diversi ospedali della regione e rappresentanze politiche in enti locali. Ma Mastella si ribella e promette battaglia: "Una cosa è certa, non posso accettare l'idea di essere a capo di un partito di persone poco perbene, o peggio di una cupola".



Sempra da Repubblica.it, si riporta:

L'europarlamentare Pdl nega ogni responsabilità nell'inchiesta su appalti e favori in Campania
"Oggi mia moglie deciderà sulle dimissioni. Massimo rispetto per i magistrati, ma ci difenderemo"

Mastella: "Attacco vergognoso io e Sandra non ci arrenderemo" di CLAUDIO TITO


ROMA - Fugge via dall'Europarlamento non appena gli comunicano la notizia. Destinazione Roma e poi Ceppaloni. Per abbracciare la moglie, perché "i sentimenti vengono prima di tutto". Nega Clemente Mastella. Nega di essere invischiato in questa storia di posti regalati e abuso d'ufficio, di favori e di appalti. Perfino di sostegni elettorali dai clan. Ma non esclude che, come per l'inchiesta che lo ha costretto nel gennaio 2008 a dimettersi, anche sua moglie Sandra possa decidere di farsi da parte. Tutto resterà sospeso fino ad oggi. L'ex Guardasigilli, oggi deputato europeo del Pdl, è convinto che si risolverà tutto come due anni fa: "In un nulla di fatto". E avverte: "Noi non ci arrenderemo". Viene raggiunto al telefono un paio d'ore dopo che la notizia rimbalza dal capoluogo campano.

Clemente Mastella come si sente? L'inchiesta colpisce duro sua moglie ma tocca anche lei.
"Sono sereno. Non ho paura di niente".

Dove si trova? È tornato a Roma?
"Sto rientrando dalla sessione dei lavori parlamentari a Strasburgo, mi trovo a Parigi in transito ma sto tornando di corsa a Roma per raggiungere mia moglie. Perché prima di ogni cosa ci sono i sentimenti e poi tutto il resto. Però in questa vicenda ci sono delle cose che davvero non funzionano. Che mi risultano alquanto oscure".

A cosa si riferisce?
"Mi ha chiamato mia figlia stamattina presto da Roma. E mi ha detto che dentro casa mia sono arrivati all'alba quattro carabinieri. Stavano là dentro senza alcun permesso. Mi chiedo: cosa facevano? Cosa cercavano? Sono stati lì tre ore. Dalle 6 alle nove di mattino. Capite che shock per mia figlia? Ho dovuto ricordare loro che sono un parlamentare e che esistono certi limiti. E che quella era una violazione. Mi hanno solo risposto che stavano lì per attendere ordini".



Che tipo di violazione, onorevole Mastella?
"Quella è una violazione di domicilio. Una cosa inaccettabile.



A questo punto sua moglie che farà?
"Sandra è tranquilla. Semmai, è amareggiata. Ma noi abbiamo tutti la coscienza a posto. Sappiamo di non dover temere nulla".

Ma si dimetterà dalla presidenza del Consiglio regionale campano?
"Non posso escludere niente. Su questo, però, non mi faccia dire niente. Domani (oggi, ndr) faremo una conferenza stampa a Napoli. E lì saprete tutto.

Lei cosa si aspetta e soprattutto come intende muoversi?



"Io sono assolutamente sereno. Andremo in tutte le sedi opportune a difenderci. Non ci arrenderemo. Nessuno può dire che io sono contro i magistrati. Nessuno può dire che io mi sia mosso contro le prerogative che sono proprie della magistratura. E continuerò a comportarmi in questo modo, difendendo i nostri diritti nel massimo rispetto".

Ma lei si è fatto un'idea di questa inchiesta? Si parla di raccomandazioni, di liste di clienti, perfino di corruzione.
"Assolutamente no. Mi sembra tutto impossibile".

Ritiene che questa inchiesta sia legata a quella che due anni fa l'ha costretta alle dimissioni da ministro?
"Temo che tutto nasca da lì. Anche se quella ormai è una vicenda superata. Mi chiedo: anche il governatore Antonio Bassolino è coinvolto nelle indagini?".

Ancora da Repubblica.it si riporta:

Maxi inchiesta sull'operato dell'Agenzia per l'ambiente con 63 indagati, tra loro la presidente
del Consiglio regionale: "Mi è crollato il mondo addosso. Ancora non riesco a crederci"

Napoli, inchiesta su appalti e assunzioni
Lady Mastella allontanata dalla Campania


Trovato un file con oltre 650 nomi di 'raccomandati' e dei loro sponsor politici

NAPOLI - Scoppia lo scandalo dell'Arpac e coinvolge anche la presidente del consiglio regionale, Sandra Lonardo Mastella. Secondo la procura di Napoli, all'Agenzia regionale per l'ambiente le assunzioni clientelari, messe nero su bianco in un file, sono state per lungo tempo la norma. Nell'inchiesta sono indagate ben 63 persone (25 le misure cautelari), ma il provvedimento più eclatante assunto dal gip è il divieto di dimora in Campania e in sei province limitrofe (Latina, Frosinone, Isernia, Campobasso, Foggia e Potenza) per la presidente del consiglio regionale Sandra Lonardo, moglie di Clemente Mastella, leader dell'Udeur, ex ministro ed attuale eurodeputato eletto nel centrodestra.

L'inchiesta.
Gli attuali sviluppi dell'inchiesta su appalti e assunzioni, condotta dalla Direzione distrettuale antimafia di Napoli, scaturiscono dall'unificazione di due indagini riguardanti presunti episodi di corruzione e concussione di esponenti dell'Udeur della Campania, tra i quali lo stesso Mastella, all'epoca ministro della Giustizia. Le accuse contestate vanno dall'associazione a delinquere finalizzata alla truffa, all'abuso di ufficio, alla turbativa d'asta e alla concussione. Gli investigatori avrebbero scoperchiato un sistema che gestiva appalti e concorsi pubblici.

Raccomandazioni.
Durante una perquisizione, in un file trovato nel computer sequestrato dalla Guardia di Finanza nella segreteria dell'ex direttore generale dell'Arpac, sono saltati fuori 665 nomi di persone che sarebbero state assunte su segnalazione di uomini politici. "Si tratta - si legge nell'ordinanza emessa oggi dal gip Alfano - di raccomandati veri e propri che rispetto ad altri aspiranti privi di sponsor, disponevano della segnalazione di un referente politico che determinerà, nella maggior parte dei casi l'assunzione in violazione delle norme". Alcune segnalazioni venivano inviate via fax dal politico "di riferimento". In altri casi il curriculum sarebbe stato scritto a matita proprio dal politico. L'elenco dei presunti sponsor vede in testa con 100 segnalazioni l'ex assessore regionale udeur Nocera; poi a seguire i nomi di T.Barbato (43), Fantini (36), Giuditta (35), C.Mastella (26), Enrico (17), S.Mastella (12). Tra gli altri nomi di politici locali e nazionali più noti figurano anche Bassolino (2), De Mita (2), Pecoraro Scanio (1), Sales (1).



Da rilevare che un filone dell'inchiesta riguarda presunti appoggi elettorali di un clan di Marcianise. Di questo, però, si occuperà la Dda.

Gli indagati. Agli arresti domiciliari sono finiti l'ex direttore dell'Arpac Luciano Capobianco, già braccio destro del coordinatore campano Arturo Fantini al commissariato per l'emergenza terremoto, anche lui indagato insieme a esponenti politici di vari partiti, funzionari e dirigenti dell'Arpac, imprenditori. Nei confronti di Clemente Mastella, invece, è stato emesso un avviso di conclusione delle indagini preliminari che gli verrà notificato non appena, in giornata, sarà rientrato in Italia da Strasburgo. Coinvolti anche il consuocero dell'ex ministro, Carlo Camilleri, che è anche segretario generale dell'Autorità di Bacino Sinistra Sele, e il consigliere regionale dell'Udeur Campania, Nicola Ferraro.

Lady Mastella a Roma.
Nell'abitazione di Sandra Lonardo a Ceppaloni si sono presentati stamane cinque carabinieri in borghese. Successivamente la moglie di Mastella ha lasciato la villa e si è diretta a Roma. La presidente del Consiglio campano si dice sconvolta. Prima in un lunga dichiarazione e poi in una lettera (
testo integrale), nella quale si legge: "Mi è crollato il mondo addosso. Mi chiedono di dimorare fuori dalla Campania. Ancora non riesco a crederci. Non sono nemmeno riuscita a capire di cosa mi accusano. Mi hanno consegnato pagine e pagine... Stavolta con mio marito sarei a capo di una cupola affaristica... Senza spiegarci quali affari avremmo fatto...".

La parcella. Nell'inchiesta compare anche il pagamento di una super parcella da un milione e 300 mila euro. Uno dei coinvolti è stato beneficiato dall'Asl di Benevento di una consulenza su un argomento che la stessa Procura di Napoli definisce "non chiaro". Si tratta della ricompensa ricevuta "dopo aver dispiegato per il partito (l'Udeur, ndr) una presunta intermediazione con gli organi di giustizia amministrativa in una controversia elettorale relativa alle elezioni comunali di Morcone (Benevento)". Agli atti dell'Asl nessuna documentazione ma solo il pagamento delle parcelle.

Ieri, inoltre, il gup Sergio Marotta ha fatto slittare al 26 ottobre la decisione su un altra inchiesta che vede 23 indagati, tra cui i Mastella, per una presunta lobby che avrebbe favorito le nomine in quota Udeur.



NOSTRO COMMENTO: Vedremo se ha ragione Mastella o i giudici.  Attendiamo che le indagini della Magistratura proseguano e, come sempre, siamo fiduciosi nell’operato della Magistratura.